Ho iniziato a dare lezioni di disegno!

Tempo addietro, per cercare di arrotondare un pochino, decisi di provare ad appendere in giro per la mia città annunci per tentare di dare lezioni private di disegno, ripetizioni, o fare la babysitter.
Aggiunsi aiuto compiti e baby sitting perché non immaginavo ci fosse stato qualcuno che avrebbe preso lezioni private per imparare a disegnare.

A distanza di mesi, però, ho ricevuto una telefonata da una ragazza che menzionava un annuncio che ha trovato in biblioteca, e voleva proprio imparare le basi del disegno per prepararsi all’iscrizione ad una scuola di design.

Wow!!

Non credevo alle mie orecchie, avrei avuto un’allieva! Ero felicissima!  In quel primo momento non vedevo l’ora che si presentasse per la lezione. Poi hanno iniziato ad aggredirmi vari dubbi esistenziali, ho iniziato da avere un po’ di paura di non essere in grado di insegnare.

Ero terrorizzata dall’idea che la persona a cui avrei dovuto dare lezioni sarebbe stata più brava di me e non avrei avuto nulla da insegnarle, ma poi mi sono tranquillizzata perché ho pensato che se qualcuno è già bravo non va a prendere lezioni, semmai fa più esercizio.

“Eccoci qua”

Ho fatto qualche esercizio di disegno dal vero poco prima dell’appuntamento, giusto per riscaldamento, ed ho allestito la tavola con una natura morta dedicando particolare cura all’angolazione della luce, per spiegare la teoria delle ombre.

Quando la mia allieva è arrivata le ho fatto fare pratica di disegno dal vero, per capire il suo livello.

Non è (ancora) più brava di me

No, non la è. Ha il tempo di diventarla se si impegna, ma per ora è alle prima armi, come era presumibile che fosse.
Come primissima cosa le ho spiegato come misurare le proporzioni, come procedere in linea generale, e alcuni trucchetti che nessuno dei miei prof mi aveva spiegato, ma che a mio avviso sono essenziali da sapere per facilitarsi non di poco il lavoro.

Mi sono scoperta puntigliosa e precisa. Non lo avrei nemmeno mai immaginato.
L’ho fatta continuare a disegnare interrompendola ogni volta che notavo che c’era un errore o qualcosa che poteva essere risolto in una maniera più semplice.

Ho programmato le lezioni successive in modo da spiegarle quello che c’è da sapere sulla prospettiva, l’anatomia e, più tardi, col colore.

Adoro!

Mi piace tantissimo fare la maestrina! E mi sembra che insegnare porti a crescere anche me.
Ho fatto caso che, notando gli errori di qualcun altro, è automatico poi interrogarsi sui propri. Le spiegazioni che si danno ai principianti funzionano anche per me come ripasso.

Ah! Dimenticavo di diti che una paio di settimane dopo un’altra ragazza mi ha chiamato per lezioni di disegno!
Un’amica della mia prima allieva, e non vedo l’ora di conoscerla, stavolta senza paura!


La Stampa d’Arte

La stampa d’arte è un favoloso mondo incantato, spesso sconosciuto ai più.
E’ una nicchia speciale di ingegno e sapere manuale. Una tradizione antica che è stata accompagnata fino ad oggi da appassionati e professionisti nelle scuole d’arte e nelle apposite stamperie.

Fa uso di tecnologie antiche per la creazione di libri d’arte, molto simili ai quelli che venivano stampati i secoli immediatamente successivi all’invenzione della stampa, quella a caratteri mobili del buon vecchi Gutenberg.
All’epoca esistevano dei professionisti che incidevano le lastre e gli stampatori che stampavano le matrici utilizzando dei torchi per trasferire le immagini sui fogli. Queste figure professionali erano fondamentalmente degli operai. Le matrici venivano usate spessissimo per fare delle traduzioni di opere già esistenti per diffonderle. Più tardi si servirono di questa modalità per stampare edizioni di libri illustrati.

Oggi

Oggigiorno, queste tecnologie non sarebbero più necessarie, poiché come sappiamo bene avremmo tutti gli strumenti per poterne fare a meno. Le tecnologie si sono evolute, tutto si muove più velocemente di così. Le immagini sono in grado di surfare nella rete con una velocità e un’agilità inimmaginabili.
Le stampanti odierne sono delle mitragliatrici di fogli con immagini in HD.

Ma

Ma la stampa tradizionale è tuttora utilizzata, per fortuna, dagli artisti. La usano per creare opere d’arte grafica, spesso combinando varie tecniche come xilografia, calcografia, acquaforte, litografia…

[Tecniche che pian piano analizzerò una ad una nei prossimi articoli.
Per ora mi ti segnalo quelle già trattate in altri articoli del blog: xilografia.]


Bellezza e emozione si combinano insieme per dare forma a opere d’arte a tirature limitate o, addirittura, pezzi unici.
L’artista fa uso di tecnologie antiche per creare effetti visivi appartenenti all’immaginario culturale odierno, ma l’effetto e il tipo di sensazione sembrano non appartenere ai nostri giorni.
C’è ancora chi è affezionato alla carta, d’altronde. Chi ama sfiorare materiali preziosi, chi adora ancora la lentezza e la poesia, che amano tanto danzare insieme.

Ecco, la grafica d’arte penso proprio che oggi sia il prediligere la qualità alla quantità.
 Le opere d’arte grafica oggi sono pezzi da museo e da collezionisti.
Qualcosa di molto intimo, adatto a chi ama ancora la lentezza, fare le cose con calma e, con la stessa calma, cercare di soffermarsi davanti ad un pezzo d’artista per tentare di coglierne veramente l’essenza.

Uccidetemi – Devo fare il piano di studi a Brera!

Aaaaah! Brera!
Uno dei luoghi più belli di Milano, che ospita una delle scuole d’arte più rinomate d’Italia e forse anche del mondo! E’ tutto stupendo! Ci sono tanti tanti corsi interessantissimi, altrettanti insegnanti che sono anche dei professionisti ben preparati, stupende aule e laboratori attrezzati per le materie di manualità, infinita libertà di scelta per quanto riguarda il piano di studio!

In un primo momento ci sembrerà fantastica l’idea di potersi costruire il perfetto piano di studio decidendo di sostenere solo gli esami che ci interessano. C’è persino la possibilità per gli studenti di decidere quali saranno i loro professori basandosi sulle presentazioni dei corsi che gli insegnanti tengono la settimana prima dell’effettivo inizio delle lezioni.

Peccato che presto ci si accorga che da tutta questa libertà di scelta derivi anche una enorme fatica a per riuscire ad incastrare le ore al momento di iniziare a costruirsi il proprio orario settimanale!
Si ha una scadenza, infatti, entro la quale bisogna decidere quali esami sostenere durante l’anno, e quindi quali corsi seguire.
La parte divertente è che la frequenza è obbligatoria!

Panico.

E’ spaventoso. Accorgersi che è impossibile creare un piano di studio perfetto senza che ci siano ore che si sovrappongano è traumatico. Soprattutto se si è al primo anno, non si conoscono i professori e quanto siano formali con il numero di presenze.
Sarà molto difficile riuscire a creare un piano esattamente come lo vuoi tu. Qualche piccolo sacrificio di professore o di materia sarai obbligata a farlo. Anche nonostante questo, purtroppo, è probabile che ci saranno comunque degli accavallamenti.
Lo so, è un incubo!

Un’altra cosa che spaventa è che, una volta confermato l’orario non si potrà più cambiare.
Sì, c’è l’opzione di andare a fare gli occhi dolci in segreteria. Ma è un luogo di terrore che non suggerirei a nessuno. Ah, e gli occhi dolci lì non servono. Non sarai mai immune al farti trattare da ignorante in quell’ufficio.

Inoltre, scegli bene le materie a scelta già dal primo anno, perchè quando riaprono i piani di studio per le modifiche degli anni successivi al primo, potrai cambiare tutti i prof. che vuoi, ma hai diritto a sostituire solo 4 materie durante i 3 anni.

Non temere.

I professori lo sanno. Capita loro tutti gli anni di avere tantissimi studenti con questo stesso problema condiviso.
Basterà dirglielo. Avvisarli. Chiedere. Magari prima della scadenza del termine per confermare il piano.

Troverai professori molto disponibili che ti diranno che a loro non interessano le presenze. Altri che non tengono nemmeno il foglio firme. Però attenzione! Perché ci sono anche quelli molto formali, che raccolgono tutte le firme e non ammettono agli esami chi non ha raggiunto il numero minimo di presenze!

Cosa succede in quel caso?

Beh, semplicemente alla fine dell’anno accademico l’esame non risulterà superato. Come se si fosse stati bocciati. Nulla di grave, si potrà decidere di rimetterlo nel piano dell’anno successivo.

Nota Bene

In genere ogni prof. fa lezione solo durante un semestre. Durante il resto del tempo ci sono alcune date in cui questi insegnanti vengono in Accademia e sono disponibili a ricevere gli studenti.
Di solito mandano loro stessi una mail con il calendario dei rientri.
Se non hai un sufficiente numero di presenze, potrai tentare il tutto e per tutto chiedendo al prof. potrei regolare il numero delle firme presenziando ai rientri.. Tentar non nuoce, d’altronde!

Ricorda anche che è sempre e comunque bene cercare di essere presenti a più corsi possibili delle materie scelte, soprattutto alle lezioni dei corsi laboratoriali. E’ utile esserci alle dimostrazioni, e se i gli insegnanti potranno seguirti durante il tuo progetto ti sapranno sicuramente dare degli ottimi consigli. Sono lì per quello infondo!

Spero di esserti stata utile nel caso anche tu stai attraversando l’incubo del doverti creare un piano di studio a Brera!
Buona fortuna!

Buondì – Bonne Nuit

La materia principale del mio indirizzo all’Accademia è Grafica d’Arte.
Ho pubblicato un articolo che, nel caso non sapessi che cos’è, ti racconta di cosa si tratta. Lo trovi qui.

Il corso è stato abbastanza impegnativo, soprattutto il numero di ore di frequenza obbligatorie.
Ma sono stata molto felice di avere scelto un’ottima insegnante per farmi accompagnare durante questi tre anni. Lei ha la bellezza dentro, e parla dell’arte con talmente tanta passione che è riuscita a farmi innamorare delle tecniche e dei materiali che lei adora alla follia.
Va matta per i fogli, gli strumenti, i colori di qualità eccellente. E’ estremamente precisa e meticolosa.
Sento che mi sta dando veramente tanto!

Ci ha mostrato tantissime soluzioni grafiche, come utilizzare i torchi, a organizzarci per bene per ottenere un lavoro perfetto! Si, quello che lei cerca è la perfezione. Ed ha una grandissima passione per l’astrazione.

“Emozioni”

C’è chi la trova un po’ quadrata, ma trovo che per me lei sia meravigliosa.
Anzi, mi sento molto libera nelle mie scelte. Anche perché ho trovato che, per quanto riguarda i soggetti e le tecniche, lei non abbia particolari obbiezioni purchè il lavoro sia fatto e presentato molto bene.

Il tema del progetto d’esame ce lo ha imposto lei. “Emozioni”, era. Un tema estremamente vasto. Spiazza un po’ in verità avere così tanto campo libero.

Il mio progetto

Ho pensato a varie possibilità, e quando è stato il momento di mettersi all’opera ne ho prese in considerazione solo due: una semi-figurativa, e una completamente astratta.
Ho tentato di iniziarle entrambe perché non mi sapevo decidere, dopo i primi risultati non ho avuto dubbi su quale scartare. Quella semi figurativa, che doveva ripercorrere le emozioni che avevo provato durante un viaggio attraverso una narrazione che riassumeva il tutto, non mi piaceva. Adoravo alla follia l’idea, ma l’esito lo avevo trovato deludente.

Ho dunque portato avanti il progetto astratto.
La cartelletta che ho presentato all’esame conteneva 8 tavole composte da stampe ricavate da matrici originali di plexiglass con effetti creati dalla pasta materica (colla per piastrelle). Le matrici erano dei frammenti di varie forme che avevo ricavato da una grossa lastra di plexiglass tagliata con un taglierino. Attraverso quelle tavole ho voluto pensare ad un normalissimo giorno della settimana e pensare a cosa provo nelle varie fasi della giornata. Dalla pigrizia del risveglio, alla noia della sera, passando attraverso all’irritazione al momento di dover uscire di casa, la gioia di una pausa, il fastidio gli impegni del pomeriggio e il relax prima di andare a letto. L’ultima tavola descrive la notte.

Per ricreare quelle sensazioni ho combinato i colori e le forme delle varie matrici, decorandole di conseguenza.

L’esito

Non avevo mai lavorato ad un progetto astratto, non credevo nemmeno di esserne portata. Mi sono sempre considerata abbastanza figurativa sia come modo di pensare che di esprimermi.

E’ stato sorprendente fare questo esperimento: mi ha aperto un mondo di estrema libertà, perché è così che cambiare modalità di linguaggio mi ha fatto sentire: libera.
Dopo questa esperienza amo l’arte ancora di più. Faticavo a leggere l’astrazione, e ora mi sembra di avere imparato a scrivere in quella lingua. Anche perché non solo ho esplorato un territorio completamente nuovo, ma ho portato a termine un progetto che mi piace tantissimo!

Schizzi al museo

Mi piacciono le belle idee, le belle iniziative, la bella gente, i bei disegnini in compagnia.
Mi piace l’idea di creare un’iniziativa che riunisca bella gente a fare bei disegnini  in compagnia!
Sono venuta alla conoscenza  di alcune persone che hanno unito tutte queste cose carine per creare un gruppo indipendente chiamato “Urban Sketchers “.

Ho ricevuto un invito da parte di un paio di compagne di università che mi segnalavano un evento chiamato “Disegniamo l’Arte”  al museo archeologico di Milano. Una data promossa dal circuito dei musei della Lombardia. Quel giorno Umberto Torricelli, un membro degli Sketchers,  sarebbe stato lì per mostrarci qualche suo lavoro, disegnare insieme a noi, aiutare o supportare i partecipanti, se ce ne fossero stati in difficoltà tecnica, o se semplicemente avessero avuto bisogno di suggerimenti.

Era un evento gratuito, bisognava prenotare qualche giorno prima. Gli iscritti ricevevano, arrivati sul posto, un kit per il disegno ed uno sgabello rosso.
Umberto ci ha raccontato qualcosa sul suo gruppo, che non conoscevo prima di allora. Si tratta di amici che si accordano su data e luogo di incontro e si ritrovano periodicamente a disegnare insieme dal vero diversi scorci urbani nella città di Milano. Carino, vero?

Com’è andata al Museo?

Molto bene! C’era un bel sole ed una buona atmosfera. La tranquillità ci ronzava intorno e appoggiava su di noi le sue zampette quando eravamo troppo concentrati, per ricordarci che quel momento doveva essere di leggerezza.
Sbirciavamo i fogli degli altri, curiosavamo nelle loro mani e nei loro astucci per conoscerli meglio in base a che materiale usavano sui loro fogli.
Ogni disegno racconta un pezzetto di ognuno. Un po’ della sua personalità, dei colori più presenti nella sua vita. Da ogni segno, nota, scarabocchio puoi percepire quanto è marcata la sua presenza o quanto è capiente il secchio della sua pazienza. Ci sono matite prepotenti e altre ballerine, biro veloci o salterine, pastelli leggeri o impastati o sfumati, macchie di acquerelli, scivolate di tempere…

Se fossi un segno su un foglio cosa sarei?

Credo una matita agguerrita, con intrecci di pastelli arcobaleno tutt’intorno!
E tu, che scarabocchio saresti?

Miranda la Panda

E’ ed è stata per lungo tempo un’insostituibile compagna di viaggi e avventure. Sono ormai 5 anni che è con me. Inizia ad accusare qualche acciacco dovuto al chilometraggio, ma è ancora qui, nonostante ultimamente non passiamo più tanto tempo insieme.

Lei è la bella Miranda! La Fiat Panda che avevo preso usata appena ottenuta la patente.
E’ bianca e piena di colori! Simile a tante altre, ma superspeciale!

L’ho riempita di me!

Appena è arrivata a casa, le ho voluto subito un sacco di bene. Glielo ho voluto dimostrare passando con lei tantissimo tempo. In un parcheggio. Da spenta.
I primi due mesi con lei sono serviti solo per riempirla di amore e decorazioni. Avevo un milione e mezzo di idee per renderla spettacolare!

Contiene tantissimi ricordi, avevo fatto in modo di avere  a bordo qualsiasi cosa fosse importante per me.
Era diventata un po’ la mia casa, preferivo stare seduta sul sedile che in camera mia. L’avevo anche munita di fornellino a gas e una padellina, e nel baule avevo messo qualche cambio di vestiti.
Sembravo un po’ una vagabonda, ma la verità è che stavo bene lì, perché tutto ciò che per me c’è di più bello era concentrato sulla mia auto!

Ma cosa c’è di preciso sulla Miranda?

Il soffitto è pieno di foto attaccate con le puntine. Il volante è variopinto: lo avevo ricoperto di nastro colorato per elettricisti. I sedili sono ricoperti con delle belle stoffe, su quello del conducente c’è un grembiule fichissimo con due papere innamorate. C’è uno zainetto a forma di pulcino con dentro la roba per il pic-nic, che non si sa mai. Un finestrino posteriore ha una tendina fatta da me con tanti fili di lana colorati. Nella parte dietro ci sono delle lucine per creare l’atmosfera ed un filo con le mollette che nel caso di necessità potrebbe farmi da stendipanni (non lo avrei mai pensato, ma mi è capitato davvero di usarlo). Su ogni poggiatesta c’è un cappellino, i sedili davanti hanno dei bottoni per gli occhi, così non sono mai sola alla guida. Ho sostituito quei tristi tappetini neri con del prato finto. Dietro, che si sporgono dal finestrino del baule, ci sono alcuni pupazzetti fatti a mano, seduti sul mio canovaccio colorato che avevo preso a Rimini come souvenir di una vacanza con le amiche.
Insomma, non mi faccio mancare nulla!

Cosa pensano i miei amici della Miranda

Ogni volta che ho sentito parlare della mia macchinina da qualcuno, ho sempre adorato i modi in cui la hanno descritta. Fra i più belli ci sono “un circo”, “un taxi indiano”, “l’auto gipsy”, “la macchina degli hippy”.

E’ pienissima di roba, non è di certo comodissima, d’altronde è una vecchia Panda. Molti hanno un po’ di timore quando sono a bordo. Altri hanno caldo, non c’è l’aria condizionata. Altri ancora sono infastiditi dalle tendine e dalle lucine. I più però riconoscono che è mia!

Sempre e per sempre?

Abbiamo fatto tante avventure insieme, tanti viaggetti, visto vari posticini. Mi ha accompagnato dappertutto, ma ora iniziano gli acciacchi. Spero che possa restare con me il più a lungo possibile, ma non mi voglio illudere: nulla è per sempre. E quando dovrò dirle addio saranno lacrime.

Avevo pensato di tenerla, una volta che smetterà di funzionare, e di trasformarla in una serra o in un cinema all’aperto. Ora la sto usando poco, per motivi ecologici cerco di prenderla su il meno possibile. E per le stesse ragioni conto di non prendere nessuna altra auto quando la piccola Miranda non ce la farà più.
Per ora me la continuo a godere per i piccoli tragitti, abbiamo smesso di partire insieme per i road trip.
Ma è comunque ancora una bella e arzilla vecchietta.

Voglio essere positiva, sono convinta che mi accompagnerà ancora per qualche anno. Ho ancora tempo per godermi tutta la bellezza che contiene. Per godermi la mia bizzarra idea di comfort.

Ti voglio bene, Miranda! Lunga vita a te!

Un’aggiunta alla mia scrivania

Per mia fortuna ho una memoria niente male. Abbastanza da riuscire a tenere a mente gli impegni nonostante siano tanti e io non abbia un’agenda.

Già, non ho un’agenda. O meglio, non l’ho avuta fino ad oggi, il giorno in cui ho deciso di metterla fissa sulla mia scrivania insieme ad un bel calendario e ad un foglio con una lista di cose che devo ricordarmi di fare tutti i giorni!

Per mesi e mesi, nonostante i mille impegni, sono riuscita a organizzare i cessettini del mio cervello e tenere a mente tutto. Onestamente, non ho idea di come ho fatto, ma ci sono saltata fuori.
Ancora mi chiedo quante cose mi sia dimenticata senza accorgermene, ma ve bene così.

Ma da oggi si cambia

Da oggi posso fare spazio nella mia testolina per altre cose, perché i dati che essa conteneva sono stati trascritti tutti su carta, in un bello schema ordinato! L’ansia del dover ricordare mille cose si è trasformata in calma e organizzazione grazie a 3 semplicissimi “attrezzi” aggiunti nel mio materiale di lavoro.

Ora ho in bella vista

Il mio calendario: dove segno in rosso le date importanti e quelle delle consegne definitive o degli esami, a matita quelle che potrebbero cambiare, e in blu gli impegni secondari confermati

La mia agenda: dove definisco un piano di lavoro per ogni giorno della settimana, e dove mi pongo gli obbiettivi giornalieri per finire per tempo tutti i lavori entro le consegne

un foglio con una lista di cose da fare tutti i giorni: per non dimenticarmi di tenere anche un po’ di tempo per me stessa, come ad esempio leggere, disegnare, fare sport, giardinaggio, passeggiare… Così mi posso rendere conto se mi sto facendo inglobare troppo dal lavoro e posso rimediare velocemente!

Sono emozionata!

Sì, la sono perché è un cambiamento che volevo fare da un po’, ora sono supercuriosa di scoprire come andrà!

Sono emozionata soprattutto perché spero che così non mi dimenticherò di me stessa, cosa che purtroppo mi sono resa conto che capita spesso, nonostante mi fossi promessa di non farlo!


Tu ti ricordi di riservare del tempo per te stessa? Pensi che tenere un foglio con una lista di cose che ti piace fare possa servire anche a te?
Fammelo sapere nei commenti! A presto!!

Sguinzagliamo i sogni!

Alla mente piace. Volare in alto in alto libera, danzare coi desideri, fare l’eco ai sogni…
I momenti nei quali la mia fantasia ama di più prendere il via e correre in discesa sono quando cammino sola, in mezzo alla natura. A volte il cervello coinvolge anche la voce, e io non posso fare a meno di parlare con qualcuno di immaginario. Ci facciamo di quelle chiacchierate, io con me!

Ebbene sì, parlo da sola. L’ho sempre fatto. Tantissimo. Fin da quando sono piccolissima.
Suppongo di averlo imparato da mia nonna e da mia mamma. Entrambe avevano lo stesso vizio. E’ ormai un’abitudine talmente radicata che quando sono in imbarazzo perché incrocio delle persone mentre me la conto, tiro fuori il telefono e fingo di parlare con qualcuno pur di non tacere.

Questo anche perché la mia fantasia non può e non si vuole fermare. Questo è perché io, non voglio fermarla.

D’altronde…

Non è mica salutare
darsi limiti nel sognare
Quindi perché non puntare alto
se è possibile tutto quanto?

Sono convinta che sognare ad occhi aperti o chiusi che siano, faccia del benissimo alla salute.
E poi c’è da dire che per me che faccio un lavoro creativo, torna persino molto utile.

Se si sguinzaglia la fantasia è molto, molto probabile che questa inciampi su di un’idea smascherandola!
Una volta beccata poi non è difficile catturarla e portarla a casa, nutrirla e farla crescere.

In che direzione, Fantasia, vuoi andare?

Non è facile per me controllarla. Temo per nessuno.
La mia immaginazione si muove freneticamente, a volte fa volare via più idee in una volta, e io finisco per farmele scivolare quasi tutte dalle mani.

Le piace anche cambiare direzione. Il campo dei fiori del mio lavoro li attraversa molto volentieri, ma le piacciono anche i prati dei ricordi, le colline degli incontri improbabili e bizzarri, gli angoli delle risposte giuste al posto giusto, i viali del trionfo della gentilezza… Ce ne sarebbero di posti che le piacciono, da elencare!

C’è una taglia, su quell’idea!

Eh sì. La caccia alle idee va spesso di moda.
Ma non ci interessa la loro testa. Noi ci vogliamo solo giocare un po’, osservarle, invitarle a cena… Se si rifiutano non si possono mica obbligare!

Conviene lasciarle lì e far ripartire l’immaginazione col retino!
E via di nuovo, a catturare le farfalle!

In gita a Brera

Ero abituata ad entrare dal retro e ad andare subito in aula.
Faccio la pendolare. Viaggio tutti i dì, e quasi sempre scappo via dopo le lezioni per tornare di corsa a casa.

I brevi tragitti che percorro ogni giorno traboccano di antichità e bellezza, solo i corridoi sono di un’imponenza spiazzante. Con le loro statue marmoree maestose, le architetture settecentesche, i soffitti altissimi…
Per i primi mesi non mi sono chiesta cos’altro ci fosse. Sì, sapevo che c’erano le aule si scultura, la pinacoteca, l’orto botanico, laboratori… Ma sgattaiolavo via comunque, sempre svelta verso la stazione.

Alla scoperta di Brera

Sono vari i luoghi e gli angoli ignorati da molti studenti della Scuola di Belle Arti, che camminano in fretta facendosi sfuggire i le storie che solo gli angoli più nascosti sanno raccontare. E solo chi si ferma e aspetta con pazienza, per scorgerle nell’ombra, è in grado di ascoltare.
Dopo il primo periodo di adattamento e distrazione, mi sono fatta prendere come tutti dalla frenesia della vita universitaria, piena di impegni.

Finchè un bel dì di sole non mi son decisa. Sono partita per l’esplorazione!

E ti racconto tutto il percorso della mia gita!

Ti accompagno, è meglio
troppo a raccontare.
Un sogno da sveglia
tutto da esplorare

Ho incominciato dall’ingresso principale, dove ci sono le chiappette di Napoleone.

Le chiappette di Napoleone

Relax, solleone
pausa paglia o caffè
con Napoleone

e gli amici a bere il tè

Poi sono andata in visita alla pinacoteca, per piangere di fronte alla tela “cena ad Emmaus”. Era inevitabile versare una lacrimuccia di emozione trovandosi un Raffaello sotto i riflettori.

La Pinacoteca

Foresta di vesti,
di vivi e costumi.
E come resisti
ai figli dei numi?

Ho proseguito facendo un giro per le aule e i laboratori, stanze tutte diverse l’una dall’altra, per arredamento, architettura e materiali. Ogni aula è una scoperta nuova.

L’aula dei gessi

Ti guardano in tanti
li schizzi inquietato
mille occhi bianchi
che ti han già stregato

Mi sono poi rilassata nel cortile del bivacco, vicino al bel caco che fa baldoria con i cannaioli.

La corte del bivacco

Suo simbolo è il caco
per me perlomeno
è zona bivacco
con pioggia e sereno

Sono poi andata a scoprire i segreti dell’angolo di osservazione astronomica, per ringraziare i vecchi avi scienziati per aver sfidato l’oscurantismo e permetterci oggi di conoscere tante cose.

L’osservatorio astronomico

A stelle pensavo
ho avuto molto più
grazie ad ogni avo
che per noi ha guardato in su


Ho poi concluso il mio viaggetto nell’orto botanico. Un’esplosione verde nel centro di Milano.

L’orto Botanico

Infine una chicca
un Eden piccino
la zona più ricca
il più bel giardino

E’ Lì che ho deciso di posarmi, e di mettere su carta qualche sensazione che ho mi faceva piacere condividere con te in forma di poesia.

Che anche tu possa fermarti e farti raccontare dai muri i passi che han visto percorrere al mondo.
Che anche tu possa fare due chiacchiere con l’anziana bellezza dei luoghi di passaggio.

Lezioncine di Storyboard

Ho aspettato di concludere l’intero percorso, digerirne le nozioni e ammirarne l’esito prima di scrivere un articolo sullo storyboard. E’ un argomento alquanto vasto, e ci sono tanti dettagli dei quali tenere conto perché il risultato finale sia speciale.
Oggi ti racconto cosa ho imparato durante un workshop tenuto all’Accademia su questo argomento.

Anzitutto ringrazio tantissimo Anna Pirolli che ha curato la parte dello storyboard, e Francesco Baldassarre che ha tenuto la seconda parte del corso sulla colorazione digitale.

E ora, cercando di procedere con ordine, cercherò di riassumere i punti, le regole e i trucchetti per narrare efficacemente una storia attraverso le immagini.
Oggi tratterò solo la questione storyboard, che è già un argomento abbastanza vasto e so già che verrà un articolo lunghisssssssimo!

Partiamo dalle basi – Perché si fa uno storyboard?

Il motivo per cui si fa uno storyboard è perché si ha un progetto da presentare ad un editore al fine di pubblicarlo. Gliene si mostra una bozza perché lui decida se il lavoro gli piace e intende farlo stampare dalla sua casa editrice.
Non si va da un editore con un lavoro finito perché se poi non piace ovviamente il progetto non arriverà alla fase di pubblicazione e avrai perso molto tempo per un lavoro che non finirà sugli scaffali delle librerie. Tempo che potresti aver speso modificando lo storyboard al quale stavi lavorando se lo avessi mostrato quando era ancora una bozza, o facendo un altro progetto che magari sarebbe piaciuto di più.

Testo e Illustrazioni giocano insieme

Il migliore risultato che si possa ottenere, è riuscire a combinare perfettamente immagini e testo, in modo che si supportino a vicenda, senza che nessuna delle due parti prevalga sull’altra.
La primissima cosa da fare prima di incominciare con gli schizzi è, ovviamente leggere molto attentamente il testo, cercare delle parole chiave, trovare il cuore del discorso, ragionare su qual è per noi la parte più importante della storia e iniziare a ragionare di conseguenza.

Studiare, studiare, STUDIARE!!

Una volta letto, bisogna creare nella nostra testa un immaginario che abbia una coerenza. Pensare alle ambientazioni, fare ricerche in merito. Trovare dei riferimenti, fare cercare immagini o fare studi dal vero o fotografie di ciò che abbiamo pensato possano essere i soggetti, le ambientazioni, tutto!
Non bisogna tralasciare niente, ogni dettaglio è importante!

Ricordati che il mondo che disegni è il tuo mondo, però dovrai accettare che certe cose non funzionano. Può capitare che tu voglia inserire in un tuo progetto un elemento o un’idea che ti è piaciuta mentre riflettevi o mentre facevi degli schizzi. Ma ricorda una regola importantissima: non bisogna MAI affezionarsi troppo ad un disegno, perché può succedere che con lo svilupparsi del progetto questo diventi inadatto all’insieme, e se lo inserisci a forza, beh, si vede.

Di – vi – sio – ne – del – te – sto!

Per iniziare a dividere il testo bisogna considerare un dettaglio tecnico fondamentale: quando un libro si manda in stampa, la rilegatura richiede che le pagine del libro siano a mutipli di 4, quindi bisogna fare sempre attenzione al numero di tavole che saltano fuori una volta che si divide il testo.

Può capitare che il testo arrivi già diviso, ma se dobbiamo decidere noi, è fondamentale cercare di dare un buon ritmo alla storia.
Tutto dipende dal racconto e dalla velocità che si intende dare alla narrazione. In questa fase noi facciamo un po’ la parte degli sceneggiatori.

Per capire meglio questa storia del ritmo ti consiglio di fare un giretto in libreria e osservare qualche libro diverso. Noterai che ci sono alcuni illustratori a cui piace fare aspettare, e si prendono tutto il tempo per raccontare lentamente, a volte utilizzando spazi vuoti o pagine bianche, altri hanno un ritmo più “scattoso”, altri ancora amano i colpi di scena… insomma, ci sono mille modi per dire la stessa cosa, devi solo trovare il tuo e cercare di farlo sposare con le immagini!

Suggestioni e colpi di scena

Ti do solo qualche piccolo spunto su quali sono i modi per ottenere dei colpi di scena, cogliere l’umore dei vari momenti, poi starà a te decidere quello più adatto al tuo lavoro:

-campiture di colori forti
-contrasti violenti
-cambi di situazione improvvisi
-inquadrature dal basso o dall’alto

Altre nozioni tecniche

-Ogni casa editrice stampa con i suoi formati standard, se il tuo scopo è cercare di prendere colloqui con le case editrici per cercare di pubblicare un tuo progetto, ti conviene fare una ricerca su quali case editrici ti somigliano di più e vedere in che formato pubblicano. Il più frequente è il formato A3 in doppia pagina (a libro aperto), il che significa che il libro chiuso risulterà un A4.
-E’ possibile riuscire a pubblicare anche formati particolari, ma è più difficile. Questo perché alle case editrici costa di più stampare in un formato che non è “il loro”. Sta a te decidere se rischiare con un progetto di un formato strambo o se restare sul classico.
-Le illustrazioni vanno ragionate ed eseguite in doppia pagina, a libro aperto.
-Ricordati di lasciare lo spazio per gli ingombri dei testi dove hai deciso di inserirli.
-Fai in modo che nel punto in cui c’è la cordonatura (la piega) di metà pagina non ci sia nulla di fondamentale: ci potrebbe essere un millimetrino che viene “mangiato” dalla rilegatura, sarebbe davvero un peccato se si perdesse qualcosa di importante.
Pensa anche i risguardi, anche se in una prima fase di lavoro non sono fondamentali. Possono essere un pattern, o nascondere una parte della narrazione
La copertina è l’ultima cosa alla quale si ragiona, non è neanche necessario che venga mostrata all’editore al momento di presentargli uno soryboard.
-Te l’ho già detto, te lo ripeto, pagine multipli di 4, nel caso ti fossi scordata!

C’è una ragione a tutto!

Le cose non si fanno mai, mai, MAI a caso.
Quando si illustra un libro, la parte che lo rende interessante è, il più delle volte, l’anima di chi lo ha disegnato. E se vuoi mettere un pezzo di te in una storia, cerca di inserire nei tuoi disegni delle sottostorie, che noti se sai osservare. Per chi osserva sarà davvero emozionante ritrovare dei frammenti del tuo mondo all’interno della narrazione principale. Saranno i dettagli a fare la storia davvero tua.

Però, occhio a dare una ragione a tutto. Quando inserisci qualcosa in un’illustrazione, c’è sempre un motivo. Anche nel momento in cui decidi il formato. Se scegli per il tuo libro una forma particolare, devi avere una ragione valida per farlo!

Schizza, disegna, butta, rifai, scova, trova!

Nella fase di ricerca, fai più schizzi che puoi, studia i personaggi e dai loro una personalità forte, studia gli ambienti, prendi in considerazione varie possibilità, butta e dimentica ciò che non è utile al risultato che vuoi ottenere.

Consiglio di metodo: io quando mi metto a schizzare partendo dal testo inizio a fare uno storyboard molto grossolano, prendendo in considerazione varie inquadrature. Sfora dai quadrati che ti sei imposta in questa fase, magari scopri che lo scatto giusto era “fuori camera”.

Ci vuole tanto lavoro, tanto studio, tanti schizzi e tanta carta prima di trovare la soluzione giusta. Nella maggior parte dei casi dovrai rifare le cose. Cerca di lavorare in grande, su formati minimo A3, trova spazio, non costringerti in fazzolettini!

 A volte, una volta terminato uno storyboard, agli editori non piace e dovrai modificare o peggio riiniziare tutto da capo, sono cose che succedono spesso, purtroppo. Devi considerare anche questa eventualità, ed è per questo che si presenta uno storyboard e non un lavoro finito. Ma tu non mollare!

Come presentare un lavoro

Una volta deciso cosa fare, avere definito l’intero progetto, arriva finalmente il momento di creare lo storyboard definitivo.

Deve essere definito, preciso, deve essere chiaro cosa succede in tutte le immagini, ma è importante che si capisca che è solo una narrazione delle scene, non un definitivo.
Per evitare fraintendimenti, che gli editori pensino che hai intenzione di usare colori che hai inserito nello storyboard che però tu non avevi inteso, evita di usare i colori. A meno che non ti servano per evidenziare dei piccoli dettagli importanti, è sempre bene presentarlo in bianco e nero. Anche a matita va bene. Va bene anche inserire le ombre. Qualsiasi altra tecnica va bene, in realtà.

All’interno dello storyboard vanno inserite anche 2 o 3 tavole definitive a colori, così l’editor saprà anche quale sarà la tecnica di colorazione che intendi usare.
(Se ti interessa l’argomento colorazione, fammelo sapere. Potrei scrivere un altro articolo solo sui colori!)

Lo storyboard che porti è solo un’idea, non è necessario che sia ben rilegato e stampato ad alta definizione, purchè però sia ben presentato, chiaro, in ordine e possibilmente in rapporto di immagini 1:1, e con i testi inseriti.

Avere un progetto ben presentato ti farà sicuramente guadagnare dei punti, ma quello che conta davvero è il contenuto!

Ho detto tante cose, e un altro milione ce ne sarebbero da dire.
Tu comunque parti dall’osservare e leggere tanti libri illustrati e fare attenzione a tutti tutti i dettagli, se questo è quello che ti piacerebbe fare!
Spero che questo articolo possa esserti stato utile, e fammi sapere se hai qualche altro dubbio a riguardo: ti risponderò molto volentieri!

Ed ora, prova tu!

Ti segnalo un concorso di storyboard che ho trovato sulla rivista di illustrazione on line Ad Un Tratto, mi sembra una buona occasione per mettere subito in pratica quello che hai letto in questa piccola guida!
Lo trovi qui!

Ciao, buon lavoro!!